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Oltre la forma: identità, colore e narrazione di Andrea Azzolin

La figura femminile è il filo conduttore del tuo lavoro: cosa ti interessa indagare oggi rispetto a questo tema, rispetto a quando hai iniziato?
All’inizio la figura femminile era una scelta quasi intuitiva, legata soprattutto a una ricerca formale e a un immaginario visivo che sentivo vicino. Con il tempo è diventata uno strumento per esplorare qualcosa di più complesso: non tanto rappresentare il femminile, quanto costruire immagini che parlino di identità, presenza e relazione. Oggi mi interessa soprattutto ciò che la figura è in grado di generare all’interno dell’immagine: tensioni, silenzi e possibilità di lettura differenti.

Negli ultimi progetti stai lavorando molto sul colore: quando hai capito che poteva diventare un elemento strutturale e non solo estetico?
Credo di averlo capito quando ho iniziato a togliere elementi invece che aggiungerli. A un certo punto il colore ha smesso di essere un semplice riempimento e ha iniziato a costruire lo spazio, definire gerarchie, creare ritmo e atmosfera. Oggi lo considero un linguaggio parallelo: non descrive, ma accompagna la lettura dell’immagine e spesso permette di percepirne l’emozione ancora prima della forma.

Stai frequentando un master in illustrazione editoriale: qual è l’aspetto che ha messo maggiormente in discussione il tuo modo di costruire un’immagine?
La cosa più importante che sto mettendo in discussione è il bisogno di controllare tutto e di mantenere sempre un segno pulito. In passato tendevo a costruire immagini molto chiuse, dove ogni elemento aveva una funzione precisa. Il master mi sta insegnando a lasciare più spazio all’apertura e all’ambiguità, accettando che non tutto debba essere esplicito. Ho capito che un segno tremolante o imperfetto può avere una forza espressiva maggiore di uno eccessivamente controllato.

Quando lavori su cover o manifesti, quanto pensi in termini narrativi e quanto lasci spazio all’intuizione visiva?
Dipende molto dal progetto, ma generalmente parto da un’intuizione visiva, da un’immagine essenziale e sintetica. La componente narrativa arriva in un secondo momento, come una verifica: mi aiuta a capire se quell’intuizione funziona davvero o se necessita di essere sviluppata. Nelle cover e nei manifesti cerco sempre un equilibrio tra chiarezza e apertura, costruendo immagini leggibili che lascino comunque spazio all’interpretazione personale.

C’è una differenza nel tuo approccio tra lavori personali e commissionati, oppure cerchi di mantenere lo stesso linguaggio in entrambi?
La differenza principale sta nel punto di partenza. Nei lavori personali parto da un’esigenza interiore, mentre nei progetti commissionati da un contesto e da una richiesta specifica. Tuttavia cerco di mantenere lo stesso linguaggio visivo. Più che adattarmi completamente al brief, mi interessa capire come far dialogare il mio modo di raccontare con gli obiettivi del progetto.

Guardando al tuo percorso recente, c’è stato un momento in cui hai sentito di cambiare davvero direzione o consapevolezza nel tuo lavoro?
Più che un cambio di direzione, parlerei di una presa di consapevolezza. Il mio linguaggio visivo è rimasto abbastanza coerente, ma è cambiato il modo in cui costruisco le immagini. Ho compreso quanto sia importante che un’illustrazione contenga qualcosa che vada oltre la sola soluzione estetica: un significato, una tensione narrativa, un’emozione. Allo stesso tempo cerco di evitare le risposte più immediate o didascaliche, preferendo lavorare attraverso metafore e livelli di lettura che possano arricchire l’esperienza di chi osserva.

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